Null Test di Bob Carver
di Mario
Bon
11
settembre 2011
(rivisto
il 22 luglio 2016)
Bob Carver aveva un problema: voleva dimostrare che era
possibile far suonare allo stesso modo due amplificatori diversi (per
topologia, tecnologia e realizzazione). In particolare voleva dimostrare di
poter far suonare il “suo” amplificatore come un certo amplificatore di
riferimento.
Per fare ciò immaginò il Null Test (da tradursi Test di
Differenza Nulla).
Il principio è semplice:
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1 |
due amplificatori sono uguali se, a parità di stimolo,
producono esattamente la stessa tensione di uscita sullo stesso carico (hanno
quindi anche la stessa capacità di erogare corrente). |
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2 |
Se due amplificatori sono uguali (punto 1) suonano allo stesso
modo. |
Va notato che “uguali”, in questo caso, non di riferisce
alla topologia, alla componentistica o alla realizzazione (diverse per ipotesi)
ma alle “prestazioni” riconducibili a quantità misurabili e soprattutto
“udibili”. In sostanza “stessa qualità sonora”. E questo non è un fatto di poco
conto. Per la cronaca Bob Carver afferma di essere riuscito nell’intento e a
riprova ci sono gli articoli di Stereophile del 1985 che riportano l’esito
delle prove.
Il null test di Bob Carver si rifà al criterio di
“invarianza in forma” ed alla definizione di amplificatore ideale: per
l’amplificatore ideale la tensione in
uscita è proporzionale allo stimolo in ingresso indipendentemente dal carico. Formalmente Vout (t)= K Vin(t) con K
costante (nell’ipotesi di ritardo di propagazione nullo). Per due generici
amplificatori (chiamati semplicemente 1 e 2):
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Vout1(t) = K1 Vin(t) |
Amplificatore 1 |
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Vout2(t) = K2 Vin(t) |
Amplificatore 2 |
|
Vout1(t) –Vout2 = (K1-K2)
Vin(t) |
Differenza di tensione all’uscita dei due amplificatori |
K1 e K2 (che possiamo interpretare come la “risposta” dei
due amplificatori) dipendono dalla frequenza e non sono necessariamente lineari
(“contengono” anche la distorsione). Se K1 e K2 sono uguali la differenza tra
di tensione all’ uscita dei due amplificatori è nulla e gli amplificatori sono
uguali. Ne segue anche che Vout1 è indistinguibile da Vout2 e quindi i due
amplificatori sono indistinguibili (quanto meno nelle condizioni del test
ovvero con quel particolare carico e quel particolare livello di segnale).
Nel seguito ometteremo di indicare la dipendenza dal tempo.
Si noti però che, se Vout1 e Vout2 differiscono per un ritardo temporale, la
cosa non funzione più: infatti si avrebbe :
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|K1| = |K2| = |K| |
Le risposte sono uguali in modulo |
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Vout1 –Vout2 = (K1-K2 ejwT0) Vin = K (1- ejwT0) Vin (*) La (*) rappresenta
la risposta di un filtro a pettine (comb filter). |
La risposta all’uscita di un amplificatore 2 arriva in
ritardo di un tempo T0 rispetto all’uscita dell’amplificatore 1. La differenza ha, nel dominio della frequenza, l’andamento
di un filtro a pettine. |
Nella prima figura (poco avanti) vediamo un generatore di segnali collegato ad un cavo che
alimenta due amplificatori diversi con gli ingressi collegati in parallelo. Gli
amplificatori ricevono in ingresso lo stesso stimolo (la stessa tensione). Se
gli amplificatori sono uguali le tensioni V1 e V2 alle loro uscite sono uguali,
la differenza V1-V2 è nulla e l’altoparlante rimane immobile perché la corrente
che lo attraversa è nulla. Tecnicamente la “parte comune” a V1 eV2 non muove
l’altoparlante (tensione di modo comune) mentre la differenza di tensione
V1-V2, se diversa da zero, provoca una differenza di tensione ai capi
dell’altoparlante (tensione di modo differenziale) che genera una corrente che
muove l’altoparlante. Se si sente qualche cosa uscire dell’altoparlante questa
è dovuta alla differenza V1-V2 ed è riconducibile o alla differenza tra i due
amplificatori oppure alla differenza di ritardo di propagazione tra i due
amplificatori. Se la banda passante dei due amplificatori è limitata a 20kHz,
il ritardo tra le due uscite è determinato dal primo polo sulla risposta in
frequenza e quindi V1 e V2 sono sostanzialmente sincronizzate.
La seconda figura riproduce il test così come lo si può fare
con un impianto stereo domestico. Il lettore CD, utilizzato come sorgente,
riproduce una traccia monofonica. Sono stati lasciati in evidenza i cavi.
Torniamo al test di Carver e vediamone pregi e difetti. I
pregi sono:
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Semplicità e immediatezza |
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nessuno strumento di misura (se non l’orecchio umano) |
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Lo stimolo può essere un segnale musicale (effettive
condizioni d’uso) |
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L’altoparlante esegue “automaticamente” e con precisione
la differenza tra i segnali |
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Evidenzia le differenze udibili |
Dal lato pratico si devono fare delle altre osservazioni:
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Sensibilità dell’altoparlante |
più la sensibilità è alta e più “cose” si sentono |
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Banda passante dell’altoparlante |
Se l’altoparlante funzione fino a 5000 Hz è evidente che non
sarà possibile “sentire” le differenze oltre tale frequenza |
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Risposta in frequenza dell’altoparlante |
Se l’altoparlante non ha una risposta piatta certi
“difetti” saranno enfatizzati di più e altri di meno |
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Taratura |
I guadagni dei due amplificatori devono essere identici
(si deve regolare il volume molto finemente). |
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Ritardo |
I segnali che giungono all’altoparlante (V1 e V2) devono
subire lo stesso ritardo di gruppo ovvero il segnale deve impiegare lo stesso
tempo per attraversare i due amplificatori. |
Ammettiamo ora che la tensione di picco in uscita degli
amplificatori sia nell’ordine di 40 Volt (28.3 Vrms) e che l’altoparlante
produca 90 dB con 2.83Vrms a 1 metro. Vediamo nella tabella una stima del livello
SPL prodotto dall’altoparlante in funzione della differenza V1-V2 :
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Differenza tra V1
e V2 (trascurando la fase) |
Livello prodotto dall’altoparlante a 1 metro |
Livello prodotto dall’altoparlante a 12.5 centimetri (+18
dB) |
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1% (-40dB) |
50 dB |
68 dB |
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0.1% (-60 dB) |
30 dB |
48 dB |
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0.01% (-80 dB) |
10 dB |
28 dB |
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0.001% (-100 dB) |
-10 dB |
8 dB |
Un suono a 8 dB è ampiamente coperto dal rumore ambientale.
Un suono a 68 dB possiede lo stesso livello di una conversazione a tono
sostenuto (è ben udibile).
Per migliorare la “lettura” del risultato del test possiamo
porre un microfono davanti all’altoparlante, amplificarlo e analizzarlo con un
analizzatore di spettro. Il test non va preso a cuor leggero: è evidente che, affinché sia utile, serve un diffusore ad alta efficienza e che
la tensione all’ uscita di ciascun amplificatore non sia troppo “piccola”.
Diciamo che il test è significativo per “grandi segnali” ma non può essere
preciso con segnali deboli e ancora meno in ambienti rumorosi (anche
avvicinando l’orecchio a 10 centimetri si guadagnerebbero 20 dB non sempre
sufficienti).

Dalla figura qui sopra si capisce che, se i due
amplificatori sono identici, la differenza tra V1 e V2 va imputata ai cavi o al
lettore CD, ecc. . In linea di principio, quindi, il Null Test può essere
utilizzato per scopi diversi da quello previsto in origine.
Il test di Bob Carver è un test “analogico” dove la valutazione viene fatta a “orecchio” e questa è la sua forza e la sua debolezza. In linea di principio non è un test adatto per evidenziare piccole differenze e i risultati si interpretano meglio quando le differenze sono vistose (in sostanza quando il test stesso serve meno).
La cosa più interessante del Null test di Bob Carver è come
viene fatta la differenza tra le tensioni V1 e V2 (con l’altoparlante). Alla
fine il vero strumento di misura utilizzato è l’orecchio.
Proviamo a immaginare un metodo alternativo: Per esempio
sostituiamo l’altoparlante con un amplificatore differenziale per
strumentazione. Le sorgenti di errore aumentano (per esempio a causa del CMRR dell’amplificatore). Forse la cosa migliore è usare un trasformatore
(più simile concettualmente all’altoparlante e che può anche elevare il livello
della tensione). Resta un problema di banda passante (anche i trasformatori
migliori hanno i loro limiti).


Possiamo esprimere V2 in funzione
di V1 in questo modo:
V2(t) = V1(t)+ err(t)
Data la linearità delle
trasformazioni di Fourier la stessa relazione sussiste tra le trasformate
secondo Fourier:
V2(jw) = V1(jw) + err(jw)
Potremmo quindi pensare di acquisire separatamente V1 e V2 e
svolgere poi tutte le operazioni possibili nel dominio del tempo e della
frequenza. Resta il problema della sincronizzazione dei segnali.
Possiamo supporre che V1 e V2 siano sincronizzate quando
err(t) è minimo. Questo presuppone che i tempi di propagazione (attraverso
Ampli1 e Ampli2) siano uguali. Ma se non lo sono la condizione di
sincronizzazione non coincide necessariamente alla condizione err(t) minimo
(anzi).
Prima abbiamo visto questo aspetto espresso matematicamente.
Ora facciamo un esempio usando come stimolo un’onda quadra. In questo esempio
il tempo di propagazione attraverso Ampli 2 è maggiore e, benché V1 e V2 siano
assolutamente identiche in forma, il segnale differenza presenta due picchi (la
cui durata dipende dalla differenza dei tempi di propagazione). Scegliendo
err(t) =0 come condizione di sincronizzazione il test produrrebbe un risultato
falso (i due picchi sparirebbero).
Un’onda quadra non è uno stimolo adatto perché molto lontano
dalle effettive condizioni d’uso ma è utile per l’esempio fatto.
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Esempio di differenza tra due segnali (onde quadre)
perfettamente identiche ma che appaiono all’uscita dei due amplificatori in
istanti diversi a causa dei diversi tempi di propagazione. Nota: per ottenere un segnale differenza di questo tipo,
gli amplificatori dvono avere una banda passante infinitamente estesa (cosa che non avviene). |
Dal punto di vista formale/matematico/metodologico la
condizione err(t) minimo non garantisce la sincronizzazione ma, se dobbiamo
valutare la differenza di “qualità sonora” tra due dispositivi, il ritardo potrebbe
essere inessenziale quindi, ai fini del giudizio della qualità sonora, la
condizione di sincronizzazione coincide con la condizione che fornisce l’errore
minimo.
Per esempio se la differenza di tempo di propagazione fosse
di un micro secondo nella espressione di V1-V2 potrebbe apparire un notch a
500kHz ovvero ben oltre della banda audio. In un microsecondo il segnale
elettrico percorre almeno 375 metri.
Questo significa che la differenza di fase tra V1 e V2 è causata
sostanzialmente dalla larghezza della banda passante dei due amplificatori a
confronto.
E’ evidente che, se si opera con segnali campionati e
strumenti digitali, si deve scegliere la frequenza di campionamento massima
possibile.
Nella pratica:
Gli amplificatori, per suonare allo stesso modo, non devono
essere uguali: è sufficiente che le differenze non siano udibili. Dato che il
nostro apparato uditivo è “di bocca buona” resta un margine sufficiente per
portare a termine l’operazione.
Naturalmente le differenze le valuteremo con un Null Test.
Prendiamo un amplificatore e proponiamoci di clonare il suo
suono. In questi casi si cerca di clonare il suono di un amplificatore che
“suona bene”. Premettiamo che, con un po’ di fortuna la situazione si
semplifica.
Le prime misure da fare sono: risposta in frequenza, potenza
e fattore di smorzamento.
Il caso più fortunato è che l’amplificatore da clonare abbia
banda passante limitata in alto ed in basso, distorsione bassa e fattore di
smorzamento basso.
A questo punto prendiamo un amplificatore che sia un po’ più
potente di quello di riferimento, che produca meno distorsione e che abbia un
fattore di smorzamento maggiore.
Aggiustare la risposta in frequenza non è difficile: basta
“giocare” con i condensatori in serie ed in parallelo all’ingresso. Quindi
aggiustiamo il fattore di smorzamento aggiungendo una opportuna impedenza in
serie all’uscita. A questo punto i due amplificatori hanno: la stessa risposta
in frequenza, lo stesso fattore di smorzamento e possono erogare la stessa
corrente.
A questo punto i due amplificatori differiscono per la
distorsione non lineare. Anche qui si può fare molto inserendo opportuni
elementi non lineari all’ingresso dell’ampli.
Si dice che Bob Carver avesse escogitato un metodo per
sincronizzare perfettamente le due tensioni di uscita V1 e V2. Dato che non
poteva usare linee di ritardo, avrà usato un trucco tanto banale quanto
intelligente: limitare volutamente la banda passante dei due amplificatori con
un filtro passa-basso (penso anche a meno di 20kHz perché più è basso e più
risultano sincronizzati). Tale filtro può essere posto all’esterno degli
amplificatori.
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Un
filtro passa basso in ingresso limita allo stesso modo la banda passante dei
due amplificatori “equalizzando” il tempo di propagazione. Ciò è possibile
perché la costante di tempo imposta dalla limitazione della banda passante è
molto maggiore del tempo di propagazione “fisico” del segnale nel circuito. |
Conclusione:
Il Null Test di Bob Carter è un test che può essere fatto da
chiunque perché è molto semplice ma, se non è implementato con le dovute
cautele, può mostrare solo differenze di una certa entità. Questo test è invece
molto utile per determinare le differenze tra il canale sinistro ed il canale
destro dello stesso amplificatore. In questo caso infatti i tempi di
propagazione sono praticamente uguali.
Conclusione 2: il
Null Test con la strumentazione moderna
Oggi, con le tecniche digitali si può fare molto e fare un Null test non richiede nemmeno l contemporanea disponibilità dei due DUT da confrontate. Infatti
- scegliamo uno stimolo
- prendiamo DUT1 e registriamo la sua risposta con un registratore digitale a 24bit 96kHz
- prendiamo DUT2 e facciamo lo stesso
- prendiamo le due risposte memorizzate, sincronizziamole e facciamo la differenza.
In questo modo il range teorica della dinamica della misura è superiore a 100dB (ben oltre il più ottimistico limite di udibilità) e si possono fare misure estremamente precise (in teoria limitare solo dalla possibilità di sincronizzare i due segnali).
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Questo è lo schema di principio per una misura di Null
Test tra un amplificatore reale (DUT) e un amplificatore ideale. L’uscita
dell’amplificatore ideale è Videale. Le resistenza R1 ed R2 vanno scelte in
modo da compensare il guadagno del DUT. A questo punto non resta che
compensare il ritardo di propagazione (anche inserendo poli e zeri) e fare la
differenza. Tutto si realizza molto più facilmente con un computer. |